Ogni volta che c'è una protesta, in Italia come in Francia, parte immancabile il grande classico dei bar sport e dei social: "Sì, vabbè, ma non è il ’68".
Già.
C'è sempre qualcuno pronto a fare il critico d'arte delle piazze, pretendendo che i manifestanti di oggi vadano in corteo esattamente come i loro nonni cinquant'anni fa: con lo stesso copione, le stesse facce, lo stesso look e rigorosamente lo stesso repertorio di slogan. Come se la storia fosse una replica di Netflix che ci ostiniamo a guardare al contrario.
Ragazzi, spoiler: il mondo è leggermente cambiato. E soprattutto, a scendere in piazza non sono solo i ragazzi.
Basti guardare a quello che succede appena sotto e appena fuori dai nostri confini: in Francia come in Italia, a bloccare le strade, a incrociare le braccia o a riempire le piazze ci sono lavoratori, pensionati, precari cronici, famiglie e professionisti.
Perché le istanze di oggi non sono un capriccio giovanile, ma vertenze drammaticamente concrete:
- Il carovita e il potere d'acquisto, con salari e pensioni che evaporano prima della fine del mese mentre l'inflazione corre.
- La precarietà esistenziale e lavorativa, che ha distrutto la stabilità e la dignità di un'intera generazione (e non solo).
- Le riforme previdenziali e la difesa dei diritti sociali, vedi la rabbia contro l'aumento dell'età pensionabile o lo smantellamento dello Stato sociale.
- L'emergenza climatica e ambientale, che non chiede permessi anagrafici e riguarda il futuro di tutti.
Pretendere che questa rabbia trasversale si metta docilmente in coda dietro agli schemi del secolo scorso è semplicemente un modo elegante per dire: "Non ho voglia di capire cosa sta succedendo, quindi vi spiego perché avete torto".
Ovviamente, poi c'è l'altro grande tormentone: lo spauracchio dei facinorosi.
C'è chi guarda quattro gatti che spaccano vetrine e decide che tutta la protesta è da buttare nell'indifferenziata. Ora, chiaramente: la violenza gratuita e il gusto per il fai-da-te della distruzione non hanno mai aiutato nessuno, se non i produttori di vetri blindati.
Spaccare tutto non è fare la rivoluzione, è solo fare un favore a chi la protesta la vorrebbe zitta, seduta e possibilmente invisibile.
Ma tra chi sfascia e chi non muove un dito, c'è un mondo intero.
Si scende in piazza con la testa.
Si studia, ci si informa, ci si mette la faccia e si usa il cervello prima ancora dei cartelli.
La protesta intelligente non ha bisogno di scimmiottare il passato.
D'altronde, a quelli che rimpiangono così tanto il '68 per criticare chi lotta oggi, vorrei ricordare una cosa sola: se vi manca tanto il passato, potete sempre spegnere internet, vendere lo smartphone e andare a protestare contro la bolletta della luce a lume di candela.
Scommetto che, senza wi-fi, la rivoluzione vi sembrerebbe improvvisamente molto più affascinante.

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